Francesca Diano: "Epicuro è ironico, talvolta con Leopardi è quasi paterno. Leopardi è incerto, a volte intimidito, più emotivo, del resto è un poeta!"

8' di lettura 12/07/2021 - Francesca Diano, scrittrice, studiosa delle traduzioni irlandesi e figlia d'arte, suo padre Carlo Diano, è forse il più importante studioso di Epicuro del xx secolo, torna al Festival Epicureo presentando un dialogo tra il poeta Recanatese e il filosofo Ateniese, che sarà letto dagli attori del Melograno.

In che modo suo Padre ha influenzato il tuo legame con la filosofia?

Premettendo che io non sono una filosofa, in realtà dovrei dire che, più che altro, sono stata cresciuta a pane e filosofia, immersa fin da subito in un ambiente in cui il pensiero dei filosofi antichi, ma anche l'arte, la storia delle religioni, la musica, l'archeologia, la letteratura degli antichi e dei moderni erano parte della vita quotidiana. Mio padre discorreva del suo lavoro e dei suoi studi anche a tavola, dove spessissimo erano ospiti suoi allievi, suoi colleghi, studiosi e intellettuali italiani e stranieri i cui nomi sono ora parte della storia del pensiero moderno. E tutto questo non era affatto pesante o verboso, piuttosto un ininterrotto, meraviglioso simposio di stampo platonico in cui vita quotidiana e ricerca speculativa si mescolavano e si arricchivano. Mio padre non ha mai vissuto la sua ricerca intellettuale come una cosa astratta o avulsa dalla realtà. Per lui l'una attingeva dall'altra e viceversa. In questo senso posso dire che in lui la speculazione filosofica era una forma mentis, e proprio in questo è stato un grande mediterraneo. Infatti diceva sempre: “Io non sono italiano, sono un greco di Calabria”.
Il suo rapporto con i grandi del passato era personale; non erano defunti, ma amici con cui dialogare. Dunque questo ha formato anche la mia di mente, mi ha abituata al pensiero critico, all'avere dei dubbi, al desiderio di capire, di non credere ciecamente a quanto viene detto, ma anche all'idea che non ci sono barriere o separazioni fra le discipline e che un problema può essere capito solo se lo si affronta da molteplici punti di vista e si situa in un contesto globale. Io sono per natura curiosa e sicuramente questa mia curiosità e la passione di scoprire cose che non conosco mi hanno aiutato e direi che questi sono due aspetti che ho in comune con lui, che è stato una mente particolarmente eclettica.
Fin da bambina nomi come Platone, Aristotele, Epicuro, Parmenide, Eraclito, Gorgia, gli Eleati, ecc. mi sono diventati familiari, così come le basi del loro pensiero. Insomma, ho assorbito per osmosi e in questo sono stata fortunata. Ma soprattutto ho capito, perché l'ho visto in lui, che il pensiero critico e il rifiuto dell'omologazione sono libertà e non si è uomini liberi se vi si rinuncia.

Perché secondo lei le nuove generazioni non si interessano più di tanto alla filosofia?

Forse in generale è così, ma non è vero in assoluto. In realtà molti giovani se ne interessano, soprattutto se trovano chi la sa loro insegnare, chi la rende cosa viva – perché la filosofia non è la roba noiosa come si insegna troppo spesso a scuola, ma è nata dalle grandi domande che l'uomo si pone, come arte di vita, guida, ricerca, analisi e comprensione di sé e del mondo. La filosofia è appunto amore della conoscenza e questo amore, senza il quale nessuna conoscenza può essere trasmessa, lo devono sentire in chi la trasmette. Se tu la riduci a un mero elenco di nomi, di concetti astratti, di formulette, ne tradisci l'essenza stessa. C'è però da dire un'altra cosa: filosofare richiede tempo, esterno e interiore, richiede la capacità di indagare sé stessi, di guardarsi dentro e di osservare il mondo intorno a sé, di non accontentarsi delle lezioncine dogmatiche a cui fa comodo che si creda. E soprattutto la disposizione a un'analisi critica e onestà intellettuale. Non è fuga dalla realtà. Non è sonno e ottundimento della mente. È anche e soprattutto fatica e coraggio e sete. Ma la nostra società spinge ad avere tutto e subito, piaceri superficiali e fuggevoli ottenuti con il minore sforzo possibile, ad essere recipienti passivi; vede la solitudine – essenziale per il pensiero speculativo così come per l'artista – come qualcosa di terribile, da rifiutare sempre e comunque, magari riducendo i rapporti umani a interazioni virtuali che lasciano il vuoto e perciò compulsivamente cercate, senza capire che quel tipo di vuoto non si può riempire. Insegna, questa società molto malata, a non guardarsi mai dentro, a rifiutare il confronto con sé stessi, cosa che farebbe paura e porrebbe troppe domande. Insegna a intontirsi in mille modi così da non pensare e non mettere in discussione tutto quello che non va. Insegna a diventare automi da muovere come marionette. Ci vuole molta forza morale e spirituale per rifiutare tutto questo. Ma ci sono giovani che questa forza la hanno ed è molto consolante.


Hai un filosofo preferito di cui condividi appieno il pensiero?

In realtà non c'è un solo filosofo, ma una combinazione di pensatori, da cui attingo ispirazione e nei quali ho trovato una serie di vie utili da percorrere. Utili, perché su questo punto concordo con Epicuro. Direi soprattutto Platone, Parmenide, Epicuro, Eraclito, Schopenhauer e Kirkegaard, anche se non tutti concordano tra loro. Ma molto importanti sono stati per me anche il pensiero Zen e quello di Jiddu Krishnamurti, unitamente a Carl G. Jung. Credo che sia essenziale attingere a tutte le fonti che possano dissetarci. Perché una è la verità, ma molte sono le vie che vi conducono, come dice mio padre.

Qual è la correlazione tra il tuo lavoro di scrittrice e il pensiero di Leopardi?

Come per tutti i giovani, da ragazza il pensiero e la vita stessa di Leopardi mi hanno affascinata e commossa. Poi ho trovato in lui una capacità di analisi così capillare, una sensibilità esasperata, la capacità di vedere, attraverso le cose più minute, l'universale e il sublime. Ma anche la sua ironia pungente, l'infaticabile ricerca dei nessi, la tenerezza e la compassione. Oltre al suo pensiero, oltre alla sua poesia, rivoluzionaria nella forma e nei temi, è la sua personalità che me lo
ha fatto amare. Il suo coraggio nell'affrontare dolori terribili – atroce la sofferenza che traspare nelle lettere in cui quasi supplica dalla madre, inutilmente, un cenno d'affetto – la forza eroica della sua vita, l'amore per l'uomo e per la sua sorte, il suo aver saputo trasformare le difficili vicende di una vita avara in un discorso universale sull'uomo e sull'esistenza.
Come scrittrice ho sempre cercato di analizzare e capire l'animo umano, soprattutto le sue ferite. Dunque quasi tutto quello che scrivo ha per oggetto le ferite del
cuore, il trauma della perdita, l'incapacità di amare e di essere amati, la crudeltà. Ma essendo temi non leggeri, mi piace affrontarli con uno stile lieve, a volte persino ironico, perché è così che si deve parlare di queste cose.
Dunque, oltre alla sua opera, è il Leopardi uomo ad essere fonte di ispirazione e riflessione.

Che cosa ha preparato per il Festival di quest’anno?

Michele Pinto mi ha suggerito l'idea di scrivere un dialogo fra Epicuro e Leopardi, sulla scia di quello meraviglioso, La poetica di Epicuro, che mio padre scrisse fra Epicuro, il Grammatico e Posidonio. Ovviamente, si parva licet componere magnis! Ingenuamente ho subito detto di sì con entusiasmo, pur sapendo con che colossi – Epicuro, Leopardi e mio padre – avrei avuto a che fare. Ma quando ho iniziato a porvi mano, mi sono paralizzata. Come avrei potuto dar voce – io che filosofa non sono – a Epicuro e soprattutto in un confronto con Leopardi? Come pensavo che sarei davvero stata in grado di far parlare questi due giganti? Che parole avrei potuto mettere loro in bocca?
Confesso che ero molto preoccupata. Con Giacomino avevo più dimestichezza, certo. Ma come avrebbero parlato se si fossero incontrati? Che si sarebbero detti veramente? Finché ho capito che non ero io a dover mettere loro in bocca le parole, ma che dovevo limitarmi ad ascoltare la loro voce; letteralmente: immaginarmela nella mente come se stessero proprio parlando davanti a me.
Leggendo ad alta voce Epicuro e di Leopardi soprattutto le lettere e lo Zibaldone, e unendo quelle due voci a quella che mio padre diede a Epicuro nel suo dialogo, piano piano ho cominciato a sentirli. Così ho iniziato a scrivere quello che dicevano, quasi io fossi lì accanto a loro ma invisibile.
Epicuro è più ironico e non ha peli sulla lingua, anche se talvolta con Leopardi è quasi paterno, affettuoso. Leopardi è più incerto, a volte intimidito, più emotivo e sentimentale, eppure anche lui sta al gioco. Del resto è un poeta! Ne sono risultate persino delle schermaglie. E devo dire che quello che si sono detti mi ha stupita. Come sempre succede quando si scrive, sono i personaggi che a un certo punto fanno ciò che vogliono e chi scrive non ha che da seguirli.
Se poi io abbia colto davvero l'essenza dell'uno e dell'altro, non so. Io li ho sentiti così. E devo dire la verità, non vedo l'ora di ascoltare questo dialogo recitato sulla scena.

La partecipazione a tutti gli eventi del Festival Epicureo è gratuita, ma è necessario prenotare via mail scrivendo a infinito@epicuro.org.


da Claudia Chiappalupi
claudia@epicuro.org







Questa è un'intervista pubblicata il 12-07-2021 alle 23:59 sul giornale del 14 luglio 2021 - 136 letture

In questo articolo si parla di cultura, intervista, festival epicureo, Claudia Chiappalupi

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